• Il workflow di un ME: KaribuMastering al lavoro

    Il workflow di un ME: KaribuMastering al lavoro

    Published on 9th January 2017 19:00  Numero di Visualizzazioni: 865  
    Articolo a cura di Gianni "KaribuMastering".

    Una delle domande che ricevo più spesso, sia dai clienti che dai colleghi e amici del settore riguarda il mio setup di lavoro e procedure standard durante il mastering.

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    Beh, potrei chiudere in fretta l’articolo scrivendo che procedure “standard” non ne ho, e che ragiono ogni mastering partendo da zero…ma sarebbe poco interessante sia per chi legge che per me stesso: voglio invece in un certo senso “obbligarmi” ad analizzare quello che faccio da quando ricevo il/i mix a quando mando fuori il master.

    Devo dire che l’approccio al mastering è profondamente cambiato negli ultimi anni soprattutto da parte dei produttori.

    “Una volta” ci si aspettava che questa fase di lavoro apportasse modifiche e personalizzazioni anche profonde sul mix ricevuto, e non era neanche così infrequente che i produttori manifestassero fin da principio perplessità o non piena soddisfazione su alcuni aspetti del mix, dal bilanciamento dello spettro all’importanza degli elementi chiave voci e/o strumenti solisti; spesso arrivavano numerose versioni (vocal up, vocal down, bass up, bass down ecc…) che durante il mastering venivano scelte sia in funzione della coerenza tra i brani sia dell’effetto sonoro finale post-mastering. Negli ultimi anni invece, vedo la tendenza ad arrivare con mix dei quali i produttori sono già sostanzialmente soddisfatti, e che sono il frutto di correzioni e/o modifiche effettuate in mix, grazie alla facilità di recall sia che si sia lavorato ITB che OTB (ormai qualsiasi mixing engineer ha sviluppato standard di bounce degli stems in modo da essere in grado di apportare revisioni senza dover reimpostare integralmente il banco e l’outboard); arrivano comunque versioni diverse, questo sì, ma sempre più spesso il motivo non è “correttivo” ma “creativo”, nel senso che il produttore vuole sentire come suona il brano dopo il mastering e avere al volo la possibilità di optare per un mix piuttosto che un altro in funzione di ciò.

    Spesso è il mixing engineer stesso che mi chiede un’opinione su quale mix secondo me “rende meglio”, fa parte del normale rapporto di fiducia che si crea e che è uno dei principali motivi per cui anche i produttori/mixers più esperti apprezzano che il mastering engineer sia una persona diversa da loro, che non abbia seguito le precedenti fasi, e che ascolti in un sistema monitor diverso e senza “preconcetti”.

    In un certo senso mi trovo ad essere “l’ascoltatore 0” di una produzione …una sorta di beta-tester con però possibilità di intervento diretto quando necessario.

    Intanto mi sembra importante specificare che l’approccio è differente se devo masterizzare un singolo piuttosto che un album/EP: nel primo caso non mi preoccuperò di null’altro che non sia il rendere al meglio possibile il brano in questione, mentre nel secondo ogni scelta sarà misurata non solo rispetto al brano, ma anche rispetto agli altri che dovranno poi essere accostati/sequenziati.

    Altrettanto diverso è l’approccio se il formato di uscita previsto è il CD, il download digitale, lo streaming e soprattutto il vinile, in quanto la situazione ottimale vorrebbe un mastering differente per ciascuno di essi. Nella realtà in genere si procede con il mastering per CD (che verrà usato anche per la distribuzione digitale e lo streaming), a volte il Mastering For ITunes secondo le specifiche Apple e al massimo quello per vinile se ne è prevista l’uscita. Mentre può essere accettabile il compromesso di non ottimizzare il master per la distribuzione digitale, è vivamente sconsigliato usare lo stesso per il vinile, in quanto le limitazioni del supporto e le sue caratteristiche tecniche (livello, dinamica, spettro sia a livello statico – ossia riferito all’intero programma – che dinamico – ossia riferito al fatto che la risposta in frequenza del vinile cambia in funzione della posizione della puntina, pertanto i brani posizionati vicino al centro suoneranno diversi da quelli periferici, ed il mastering andrà a compensare questo fatto) ne determinerebbero una qualità scadente.

    Una delle domande che ricevo più spesso è “Da dove parti?”, e potrei rispondere senza dubbio che parto dalla musica: ascolto il mix e mi faccio un’idea della direzione sonora che è stata data e dalle esigenze che può avere, necessità che nella maggior parte dei casi si risolvono in piccoli interventi di equalizzazione, controllo del range acuto (sibilanti) e raggiungimento di un livello commercialmente accettabile rispetto alle produzioni concorrenti.

    Trovo che sia importante fin da subito lavorare ad un livello prossimo a quello definitivo, in quanto le scelte di equalizzazione sono profondamente influenzate da ciò, per questo motivo dopo una grezza regolazione fatta “al volo” procedo con l’innalzamento del loudness, che deputo al fido Weiss DS1 facendolo lavorare più come gainer (ed all’occorrenza clipper per i livelli più elevati) che come limiter…normalmente “schiaccia” non più di 1-2dB e solo sui picchi più rilevanti.

    Il controllo delle sibilanti è uno degli aspetti più determinanti, spesso anche mix ben bilanciati e “ben suonanti” peccano un po’ in questo…poco male …se il problema è davvero rilevante mi faccio aiutare da un EQ dinamico, ma nella maggior parte dei casi un normale deesser è sufficiente per controllarle senza snaturarne il timbro.

    Se sto preparando un master per vinile allora le terrò un poco “sotto” il livello che terrei per i formati digitali, così come il master stesso: diciamo tra i 3 e gli 8 dB in meno a seconda della lunghezza totale del programma.

    Non sono un amante del processing mid-side in mastering, mi piace rispettare la spazialità che è stata decisa in mix, ma nei casi in cui sono necessari (o richiesti) interventi più “chirurgici” può tornare utile (le cose più tipiche sono alzare/abbassare la voce o un solista o rendere più “frizzanti” o “delicate” parti come chitarre e piatti della batteria…); il mio preferito in tal senso è di lo Junger E07 ma usato in modalità statica e non dinamica (troppo rischio di strani movimenti dello spazio stereo). Di nuovo se si tratta di vinile un’occhiata al low end nel side gliela tiro…e al low end in generale soprattutto se la lunghezza del programma è più elevata (diciamo sopra i 20′ giusto per dare qualche numero…).

    Amici fedelissimi nel mentre del processo sono i miei “vecchi” VU meters…grossi e chiari (ben 3 unità rack!) e soprattutto custom: 3 costanti di tempo selezionabili a partire dai fatidici standard 300ms. In questo modo ho un visualizzazione molto veritiera sia del loudness medio che dei transienti, e si aggiunge alla verifica livelli effettuata uditivamente (sempre la principale) e via meters digitali (PEAK, RMS e LUFS).

    Se devo masterizzare un album o un EP il processing non cambia dal lato tecnico, cambia invece sensibilmente l’approccio: innanzitutto mi piace lavorare “in scaletta”, partendo quindi dal primo brano previsto e procedendo in sequenza, in modo da puntare l’attenzione, oltre che sul singolo brano, sulla coerenza tra le tracce.

    Coerenza che non intendo come “suonare tutti uguali” o addirittura “allo stesso livello”, ma come la possibilità di percepire l’intero album come un discorso unico, anche se al suo interno dovessero esserci sensibili differenze tra i brani.

    Una delle difficoltà maggiori in questo senso si configura quando i brani vengono prodotti/registrati/mixati da produttori diversi ed in studi diversi, perché talvolta le differenze sono così evidenti da rendere necessario un lavoro di mastering più approfondito. Dal mio punto di vista se la Produzione e l’Artista hanno fatto questa scelta è probabilmente proprio per caratterizzare in modo differente i brani, perciò sarebbe un errore “appiattirli”; ma al tempo stesso è necessario che l’ascoltatore abbia la percezione che si tratti di un lavoro coeso di un Artista, e non di un’accozzaglia di brani affiancati a caso!

    Soprattutto in queste situazioni prediligo interfacciarmi (anche a distanza) con la Produzione, per capire proprio questi importanti dettagli: quanto desiderano mantenere i caratteri dei brani? E quanto vorrebbero invece “livellarli” ad un sound unico?

    In funzione di che preferenze mi manifesteranno interverrò in modo più leggero o più pesante…perché alla fine il lavoro del Mastering Engineer è forse quello meno “invasivo” nelle scelte di produzione.

    Mi piace pensare di essere l’ultimo tassello perché chi ha prodotto possa dire “adesso sì che è davvero finito!”.

    Mastering is the subtle Art of doing the least to get the most
    (Il Mastering è la sottile arte di fare il minimo per ottenere il massimo)

    Note sull'autore:
    KARIBU Mastering Studio
    http://www.karibumastering.com/it/
    https://karibumastering.wordpress.com/biografia/

    Comments 14 Comments
    1. lordadb -
      Bravo Gianni, leggerti è sempre un piacere. In più, un ME gode di una certa aurea mistica, quindi questi articoli, almeno per me, hanno sempre un'attrattiva di rilievo. E' interessante anche constatare come il mestiere cambi al cambiare dell'epoca, che rispecchia i diversi dispositivi e le diverse necessità dei produttori. Ovviamente questo vale per tutto il settore dell'industria musicale, ma spesso i riscontri diretti con un ME è un po' lo specchio di come vanno le cose oggi.
    1. KARIBUMASTERING -
      Grazie molte Mauro!
      È un grande piacere per me che li trovi interessanti
      Credo che i cambiamenti innegabili in tutte le precedenti fasi si riflettano inevitabilmente nel mastering che essendo l'ultimo ne raccoglie un po' l'eredità...non tenerne conto sarebbe come pretendere di inviare una email con il piccione viaggiatore
    1. classic -
      Bella descrizione e spunti interessanti, grazie
      All'inizio parli di un miglioramento dei mix che ti arrivano in studio... hai notato un generale miglioramento da parte dei produttori che conosci da tempo oppure si riallaccia soprattutto al tuo lavoro (vedo ad esempio che collabori molto con l'estero) e quindi ad un innalzamento del livello di qualità della tua clientela?
      Era per capire insomma se (anche) qui in Italia noti un progresso
    1. MHL -
      Ciao, nel farti i complimenti colgo l'occasione anche per togliermi un paio di curiosità:
      mediamente che rapporto c'è tra la quantità di lavori per singolo brano e quello per gli album che ti commissionano?
      E ti capita spesso anche di masterizzare delle compilations o principalmente si tratta di album un po' più organici se non addirittura dei concept ?
    1. KARIBUMASTERING -
      Grazie mille a tutti !

      @classic: direi un miglioramento medio della qualità tecnica dei mix. Come ME non intervengo mai sulle scelte artistiche (quello è compito del produttore), ma da diciamo un paio di anni a questa parte soprattutto i mix che arrivano sono tendenzialmente ben bilanciati e privi (o in quantità molto limitata) dei tipici artefatti da conversioni e processing di bassa qualità, questo è anche dal mio punto di vista un benefit molto rilevante; è noto che un master riuscirà bene innanzitutto se il mix suona bene e se rispecchia già il sound che si sta cercando, in questo modo anche il mio lavoro diventa "fatto nel modo giusto" ossia allo scopo di ottimizzare e non di correggere. Da questo punto di vista devo dire che non vedo una differenza rilevante tra noi e l'Estero, nel senso che ci sono produttori/mixing engineers capaci tanto da noi quanto da loro (per sfatare un po' il mito dell'erba del vicino...), certamente noto alcuni caratteri peculiari che statisticamente parlando "identificano" un po' la provenienza della produzione, ad esempio il pop che arriva dagli US ha mediamente la sezione ritmica molto più in evidenza rispetto a quello di casa nostra, così come le sonorità del nostro Paese sono in genere più "pulite" e definite...un po' più "controllate" giusto per dare un'idea. Sono migliorate molto le produzioni che arrivano da Paesi che invece fino a qualche anno addietro erano un po' "sottotono" rispetto ad altri, come Europa dell'Est, Centro-Sud America...
      La differenza più grossa che ho notato (e qui indipendentemente dal Paese di provenienza) è nell'evoluzione delle produzioni a basso e medio budget (nel senso che quelle con alti budget hanno sempre suonato bene...), che sono notevolmente migliorate, ricevo abitualmente mix fatti in home-studios che sono veramente di alto livello, cosa che fino a qualche anno fa era impensabile; credo che ciò sia dovuto sia al miglioramento dei processi ITB che alla possibilità di facile recall, per cui anche chi mixa con un sistema monitor non ottimale ha la possibilità di fare numerosi ascolti comparativi e correggere il mix rapidamente; chiaramente la fase di mix si protrarrà per tempi molto più lunghi di quanto succederebbe se fatto in uno studio professionale, ma a me "lato mastering" arriva comunque un buon mix.

      @MHL: la tendenza attuale è di produrre più singoli che album, nell'ultimo anno la quantità di singoli che ho fatto (più di 350) è stata sensibilmente superiore agli album (meno di 100), che è vero che dal punto di vista del numero dei brani "contano di più", ma in questo dato leggo un trend proprio a livello di promozione, presentazione e di conseguenza "concettuale": una volta si faceva l'album e da lì si estraeva il singolo di punta, poi si è passati a produrre album dove si puntava su alcuni brani più forti e si "riempiva" con brani di minore interesse commerciale, adesso si produce il singolo direttamente e si propone, e non è infrequente che l'album nasca in tempo successivo come "raccolta" dei singoli.
      In questo senso mi collego alla tua seconda domanda: gli album che nascono come tali sono prevalentemente discorsi organici, mentre in un certo senso gli album "composti" come avvicendamento dei singoli spesso si devono ragionare quasi come delle compilation: magari sono 10 brani realizzati nell'arco di un anno, un anno e mezzo, e non è così raro con produttori diversi, cosa che li rende inevitabilmente anche molto diversi.
      Compilation in senso stretto del termine personalmente me ne sono capitate poche, 2 o 3 se non ricordo male, e comunque produzioni particolari e fuori dal mercato musicale "standard", nel senso cose fatte ad esempio per agenzie turistiche, editori di musica da ballo ecc...
      Spesso nel mercato indie si va invece nella direzione dell'EP, con massimo 5-6 brani e spesso autoprodotto e al massimo distribuito da un'etichetta di nicchia; in questi casi invece il discorso è generalmente coeso ed organico, spesso proprio simile al "concept album" di qualche decennio fa, in linea con un mercato magari anche ridotto, ma che viaggia sui suoi canali preferenziali e pertanto più attento agli aspetti prettamente artistici che non commerciali in senso "standard" del termine.
    1. classic -
      Ero indeciso (sia perchè esula dall'argomento del thread sus per non "disturbare" troppo) ma ti chiedo lo stesso...
      La tendenza a realizzare singoli ti sembra sia legata al fatto che poi vengono pubblicati su youtube col video? Insomma mentre prima l'obiettivo era la realizzazione di un album per vendere un supporto fisico (prima vinile poi CD) ora le vendite sono soprattutto sugli store digitali e viene usato YT (o le demo su itunes ecc) come promozione?
      Lo scopo principale (soprattutto per i cantautori/gruppi emergenti) credo sia quello di acquistare visibilità e forse appunto per loro è meglio fare uscire abbastanza periodicamente un brano nuovo...
      Insomma se hai qualche info (so che poi dipende da chi e dove) sulla destinazione dei brani che masterizzi mi interesserebbe assai grz
    1. Barbapapà -
      in mia particolare esperienza il giro della moneta oggi è editoria in primis, live un bel po' dopo e discografia non classificato. Il CD fisico rimane ancora per generi di nicchia che si autosostentano in qualche mini circuito, per le major che ancora devono mettere qualcosa in uno scaffale di un negozio superstite e per i musicisti che fanno il conto in cui un CD edito (a pagamento naturalmente) vale 2 o 3 punti su un curriculum. Per il resto senza alcun dubbio il mercato è tutto sul digitale, dal costo vivo e logistico pari a zero. In ottemperanza all'ordine economico che ho esposto nella prima frase del post, la strategia di marketing che oggi vedo di frequente è quella di spalmare i contenuti di un ep o di un album come singole releases magari ogni mese nell'arco di 6 o 9 mesi. Alla base del ragionamento c'è la stima del fatto che una promozione, se pur minima, ha maggiore efficacia se protratta in un tempo maggiore rispetto ad una più consistente spesa in un tempo minore. Agganciandomi invece alle considerazioni di @KARIBUMASTERING , io continuo invece ad interfacciarmi con una realtà di prodotti mediocri per la maggior parte e non a causa di carenze tecnologiche. E' forse proprio perchè molte produzioni sanno che il fine è fare fuffa per 20 giorni su internet che alla fine affrontano la cosa in maniera piuttosto superficiale.
    1. KARIBUMASTERING -
      @classic, rispondo ben volentieri, poi al massimo se i mods ritengono sia meglio spostarci su un thread apposito proseguiamo da lì

      Direi di sì, secondo me (e mi sembra di capire dal post precedente sia anche l'esperienza di @Barbapapà) il motivo principale è proprio l'uso del canale digitale (e streaming soprattutto e sempre di più) come mezzo primo di diffusione.
      La musica in senso stretto è sempre meno un business (passatemi l'eufemismo "sempre meno"...), e la produzione esiste ancora sostanzialmente in 2 grosse categorie spannometriche:

      - artisti già noti: quindi con un pubblico già consolidato, risultati di vendite abbastanza garantiti (o quantomeno con una base minima sicura) e produzioni con budget rilevanti alle spalle. Questi sono i casi principali della produzione di album completi, va da sé che in questa categoria non sono poi tanti ad esserci di questi tempi, e spesso sono artisti (o temo di produzione) consolidati da parecchi anni, perciò con studi/mixing e mastering engineers di riferimento che difficilmente si cambiano, ragione per cui uno come me che è relativamente "nuovo" per lo meno in ambito mastering (sono poi 3 anni che ho abbandonato il recording e mixing e mi occupo di questo a tempo pieno) con queste realtà si interfaccia poco. Ed è anche il motivo per cui probabilmente se la stessa domanda la ponete, ad esempio, a Baglio (per rimanere in Italia, almeno dal punto di vista della provenienza dato che ormai si è trasferito a Miami...) probabilmente non vi darà le stesse risposte.
      -artisti/produzioni emergenti, autoproduzioni ecc...: in questi casi, dato che parlare di vendite (ad esclusione come dicevamo prima di circuiti di nicchia o autogestiti come la vendita dei cd ai concerti) rasenta l'utopia, lo scopo principale della produzione è la presentazione e la promozione via web, con il fine di creare un'audience con la speranza che "monetizzi" nel circuito live o diventi un biglietto da visita interessante per "agganciare" investitori. Ecco che allora in quest'ottica diventa logica la produzione di singoli dilazionati nel tempo: produciamo al meglio concentrando le energie su un brano solo perché venga al massimo possibile e abbia qualche chance di essere ascoltato/visualizzato/diffuso, anche se tutto ciò non porterà direttamente un incasso. Dal punto di vista del modello di business è ne più ne meno del concetto di "demo" di quando ero/eravamo ragazzini, semplicemente la concorrenza ha alzato la qualità e perciò se vuoi rimanere in lizza devi adeguarti. In virtù di questi presupposti l'artista (se è oculato) investirà con criterio e si rivolgerà ad un produttore serio che chiaramente essendo tale avrà un team di produzione composto da professionisti di ogni fase di lavoro, mastering compreso.
    1. classic -
      Grazie a barbapapà e karibumastering per le interessanti considerazioni sostanzialmente coincidenti... aggiungo solo che tutto sommato il fatto che sia il web a decidere chi "si distingue" acquistando visibilità e chi invece rimane nell'ombra sia alla fine una forma di democrazia... ed è come avviene nello sport e per ogni attività imprenditoriale...
    1. MRK_LAB -
      Citazione Originariamente Scritto da classic Visualizza Messaggio
      il fatto che sia il web a decidere chi "si distingue" acquistando visibilità e chi invece rimane nell'ombra sia alla fine una forma di democrazia
      Basta convincersi che internet sia un luogo democratico e poi si , è possibile !
    1. MHL -
      Sperando di non essere ulteriormente OT (credo di no) un'altra mia curiosità sul lavoro del mestering engineer riguarda le tempistiche tecniche che questa operazione richiede.
      Quindi ti domanderei: nel caso di un mix fatto ragionevolmente bene e dove sono chiari gli intenti della produzione (quindi escludendo vari passaggi avanti e indietro), quanto tempo di lavorazione può richiedere un mastering fatto con cura su una singola traccia, diciamo di durata media, ossia circa 4min?
    1. KARIBUMASTERING -
      Per darti un'idea a spanne:

      - 5 min per scaricare la traccia e aprire le sessioni
      - 5/10 min per impostare il processing
      - 4 min per il capturing
      - 5 min per eventuali aggiustamenti di volume/eq post-mastering
      - 3 min per bounce/SRC/dithering

      Quindi potrei dirti tra i 15 e i 30 minuti.

      Se il mix è più critico va ad incrementarsi il tempo per l'impostazione del processing e/o quello degli eventuali aggiustamenti post-mastering, ma posso dirti che non succede praticamente mai che ecceda i 45 min e nei casi più disperati si arriva a 1h come tempo totale.

      A questo tieni conto che in caso di richiesta di revisione si aggiungono per avere il prodotto finito un'altra decina di minuti, calcola che le revisioni sono sempre piccoli tweaks (un po' più loud...un po' più low end...) che si risolvono sul file master originale toccando di decimi di dB, è molto difficile che chi si occupa di mastering professionamente ti "canni" completamente un master da doverlo rifare in toto.
    1. MHL -
      Grazie Gianni
      a parte i tempi macchina che più o meno mi immaginavo anch'io (scaricare, capturing, bounce ecc.) quello che mi rimaneva più oscuro era proprio il tempo impiegato dal ME per "capire" la traccia ed intervenire dove serve impostando il processing, personalmente pensavo ci volesse molto di più ma è ovvio che in questo campo pecco inesorabilmente di esperienza, anche al livello di semplice ascolto.
    1. KARIBUMASTERING -
      Molto fa l'esperienza e l'abitudine, quando ho iniziato a fare mastering ci mettevo ben di più, ma dovevo proprio "costruirmi" una mentalità diversa (dato che arrivavo dal recording e mix, cosa molto utile per sapere come ragiona chi "viene prima di te", ma indubbiamente un approccio molto differente), dopo un po' di tempo (e molti master fatti e feedback ricevuti) si riesce praticamente immediatamente a capire dove si vuole andare, dove si può e cosa fare...ho assistito a sessioni di mastering di gente ben ben più esperta di me con un tempo medio di impostazione sound di 1-2 minuti, praticamente il tempo fisico di girare i pomelli, e la cosa impressionante e sentire la differenza!
      Sto comunque preparando un articolo (...con i miei soliti tempi biblici...) proprio su come il ME "ascolta" il mix in arrivo e su cosa punta principalmente l'attenzione